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L’impatto ambientale dell’industria tessile e dell’abbigliamento

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Ovvero…quanto inquina il nostro armadio?

by Vishal Banik

Ne ha parlato ieri approfonditamente il programma tv Presa Diretta, ne parliamo anche noi oggi: qual è l’impatto ambientale dell’industria tessile e dell’abbigliamento? Quanto è cambiata la fashion industry e quanto inquina? Quali sono le soluzioni possibili e cosa possiamo fare nel nostro piccolo?

Industria tessile: un mercato cresciuto a dismisura così come il suo impatto ambientale.

I dati li abbiamo reperiti da un report dell’Europarlamento dedicato all’impatto ambientale dell’industria dell’abbigliamento. La ricerca è datata gennaio 2019. Il primo dato che balza all’occhio è il cambiamento radicale delle abitudini del consumatore europeo di abiti. Tra il 1996 e il 2015 la quantità pro-capite di abiti acquistati dai cittadini dell’UE è aumentata del 40%. Si è arrivati a quasi 13 kg per persona nel 2015, per un totale di 6.4 milioni di tonnellate (trovate questi ed altri dati in questo interessante action plan). Tutto ciò mentre almeno il 30% degli abiti presenti nei nostri armadi non sono più stati usati nell’ultimo anno. Cerchiamo di fare un po’ di chiarezza.

impatto ambientale industria tessile e abbigliamento
by Shanna Camilleri

Le ragioni di questa evoluzione è da ricercarsi nell’abbassamento generale dei prezzi del settore (-36% dal 1996 al 2012) e nell’avvento della fast fashion. Che altro non è che l’equivalente tessile del fast food. Le grandi catene multinazionali del settore hanno creato un mercato della moda basato su produzione di massa e prezzi bassi. La rotazione delle collezioni di abbigliamento avviene a una velocità sempre più vertiginosa e una qualità sempre più infima. Basti pensare che i grandi marchi come Zara o H&M sono passati dalle due collezioni annuali a punte di 24 collezioni. Il prezzo basso fa il resto.

Noi consumatori (io per prima, lo ammetto, ho crisi di acquisto compulsivo quando entro in posti tipo Primark) siamo arrivati a considerare il vestito come un oggetto praticamente usa e getta. Usiamo un indumento magari appena una decina di volte in tutto e poi lo buttiamo. Ma dove vanno a finire i nostri abiti di bassa qualità, usati per una stagione soltanto?

Gli abiti che non indossiamo più che fine fanno?

La stragrande maggioranza finisce in discarica e poi nell’inceneritore. Solo una piccolissima parte rientrano in circolo come abiti di seconda mano (sempre meno perché la qualità di partenza è bassissima), magari nei paesi più poveri e un’ancor più piccola fetta può essere riciclata. Questo perché i sistemi di riciclo sono ancora poco efficienti e convenienti (si ottengono tramite processi meccanici dei filati di bassa qualità) e perché il prodotto tessile non è pensato per il riciclo fin dalla sua genesi (si mescolano più materie prime e più colori, rendendo le operazioni di riciclaggio impossibili).

Anche nel breve periodo in cui gli abiti rimangono nei nostri guardaroba contribuiscono a inquinare in svariati modi: troppi lavaggi, a temperature e con modalità non adeguate (spesso per colpa di etichette menzognere o con indicazioni non corrette) contribuiscono al rilascio di microplastiche, nel caso dei tessuti sintetici ovviamente, e all’utilizzo smodato di risorse energetiche e idriche.

I processi produttivi dell’industria tessile e il loro impatto ambientale.

Risorse che sono già sfruttate pesantemente nelle fasi di produzione di quegli stessi abiti: l’industria tessile è una delle più inquinanti. Per la produzione del cotone (che secondo stime del 2015 è la materia prima più usata almeno per il mercato europeo) altissimo è il consumo di acqua, territori e pesticidi nelle coltivazioni, per esempio. Per non contare le risorse utilizzate per logistica e trasporto. E quasi sempre il peso maggiore va a gravare sui Paesi più poveri dove la produzione dell’abbigliamento è concentrata e dove le politiche ambientali non sono propriamente all’avanguardia.

Da un report di Pulse of Fashion 2017, risulta che l’industria tessile globale nel 2015 è stata responsabile del consumo di 79 miliardi di metri cubi d’acqua, di 1715 milioni di tonnellate di emissioni di CO2 e di 92 milioni di tonnellate di rifiuti. E andando avanti di questo passo si ipotizza un aumento del 50% di questi livelli per il 2030. Un impatto ambientale decisamente non sostenibile.

Le possibili soluzioni al problema dell’inquinamento ambientale generata dalla fashion industry

impatto ambientale industria tessile abbigliamento
by Lauren Fleischmann

Veniamo ora alle possibili soluzioni che, anche dal punto di vista legislativo, l’Unione Europea sta cercando di implementare per far fronte all’impatto ambientale del fashion business:

  • Slow fashion: ossia convincere il consumatore a comprare meno abiti ma di maggiore qualità, provenienti da filiere sostenibili e corte. È implicito che in un modello economico del genere il prezzo degli abiti dovrà essere più alto. Siamo disposti a pagare di più?
  • Sharing fashion: come già avviene per prodotti come per esempio le borse firmate si deve pensare alla possibilità di noleggiare gli abiti e condividerli, ottimizzando così il loro utilizzo e diminuendo il loro impatto ambientale. Qualcuno ci sta già provando, anche in Italia: DressYouCan, per esempio.
  • Prolungare la vita degli abiti con possibilità di ri-utilizzo, riparazione e riciclo.
  • Circular fashion: riducendo al minimo gli sprechi e mantenendo il più a lungo possibile i materiali all’interno del ciclo. Fin dall’inizio il materiale deve essere pensato per più cicli di vita. Qui la scienza e lo studio delle materie prime e dei prodotti finiti avranno un ruolo fondamentale.
  • Smart fashion: possiamo immaginare un mondo in cui l’abito si adatti istantaneamente alle esigenze di chi lo indossa, cambiando per esempio colore?Sembra fantascienza ma potrebbe ridurre drasticamente gli sprechi.
  • Extended producer responsibility: se i produttori diventassero legalmente responsabili di quel che accade ai loro prodotti anche dopo il ciclo di utilizzo del cliente (un po’ come spiegavamo nel nostro post riguardo ai mozziconi di sigaretta e alle responsabilità dell’industria del tabacco) sicuramente la raccolta e il riciclo degli abiti dismessi vedrebbero un’impennata. Qualcuno, come H&M lo fa già spontaneamente…

Questo presuppone che noi si diventi consumatori più consapevoli, a patto che i produttori ci aiutino a diventarlo, fornendoci più informazioni. Le etichette assumono in questo caso un ruolo fondamentale: dovrebbero essere veritiere (al momento non tutte lo sono) e riportare le indicazioni per un utilizzo (parlo di lavaggio e stiratura) e un riciclo corretti. Dovremmo anche diventare consumatori meno bulimici, meno impulsivi e meno consumisti: ci riusciremo?

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