ZeroPlastica

Le soluzioni (sbagliate) delle multinazionali al problema della plastica

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Il report di Greenpeace parla chiaro: non stiamo andando nella giusta direzione.

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Il report di Greenpeace da cui abbiamo tratto le informazioni che trovate nel post

Ce lo eravamo chiesti qualche settimana fa. La bioplastica è una soluzione al problema dell’inquinamento dei nostri oceani, che ormai conosciamo tutti bene? O alla questione delle microplastiche, uscita alla ribalta più recentemente ma altrettanto preoccupante? Eravamo giunti abbastanza in autonomia alla conclusione che no, non sembrava la soluzione giusta. Ora ce lo conferma anche questo report di Greenpeace sulle (false) soluzioni delle multinazionali al problema della plastica. Qui la versione completa e qui il riassunto in italiano di Throwing away the future: how companies still have it wrong on plastic pollution ‘solutions'”.

L’associazione ambientalista ovviamente va ben oltre, prendendo in considerazione tutte le false soluzioni al problema della plastica che le multinazionali stanno mettendo in atto. Le analizza una a una e spiega perché in questo modo il problema non diminuirà, anzi…

Già in passato, come avevamo segnalato in un nostro articolo, Greenpeace aveva cercato di richiamare i grandi colossi del commercio alle loro responsabilità sulla questione plastica. Stavolta si spinge ancora più in là: prende le loro povere proposte e le smaschera per quel che sono. Non c’è volontà di cambiare davvero le cose, di rispondere a quella che è ormai una richiesta che parte dalla società: abbandonare il monouso per convertirsi a una cultura del “ri-uso“. Le persone, quelle consapevoli ovviamente (ma per fortuna sono sempre di più), hanno già iniziato a farlo nel piccolo della loro quotidianità. Perché le multinazionali non vogliono assecondare quest’onda positiva? Perché ci propinano palliativi invece che soluzioni concrete?

Ecco quindi le soluzioni che le multinazionali ci offrono per il problema “plastica” e perché non saranno efficaci:

Soluzione falsa nr. 1: LA CARTA

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Boxed water is REALLY better?

Molte aziende (come McDonald’s e Nestlè) stanno cercando di ridurre l’uso di plastica sostituendo parte degli imballaggi con packaging in carta. Questo cambiamento è spesso pubblicizzato come positivo perché la carta è in genere percepita come una materiale più sostenibile della plastica dal punto di vista ambientale.

Si tratta di una “soluzione” invece altrettanto problematica. La carta deriva infatti dal legno e le foreste, ecosistemi ad elevata biodiversità, sono fondamentali nella lotta al cambiamento climatico. Per tale motivo qualsiasi aumento nella richiesta di carta aumenterà i rischi non solo per le foreste ma anche per il clima. Altre criticità sono legate al sistema del riciclo della carta che non è in grado di fornire, su scala globale, una quantità e qualità di fibre tali da far fronte all’aumento della domanda di packaging in carta.

Soluzione falsa nr.2: LE BIOPLASTICHE

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Alcune aziende stanno sostituendo parte della plastica monouso derivante da fonti fossili con plastica a base di materie prime rinnovabili (per esempio mais e canna da zucchero), spesso promossa come biodegradabile e compostabile. Gran parte delle tecnologie attualmente disponibili non consentono di produrre packaging interamente in materiale rinnovabile. Spesso quindi confezioni e imballaggi in bioplastica sono realizzati solo in parte con materiali rinnovabili. Diffidate quindi da termini come “eco”, “bio” o “green”, il più delle volte utili solo per il marketing.

La maggior parte della plastica a base biologica proviene da colture agricole che, oltre a competere con la produzione di alimenti, cambiano l’uso del suolo e aumentano le emissioni inquinanti derivanti dall’agricoltura (che è la principale causa di deforestazione e distruzione degli habitat naturali e responsabile di un quarto delle emissioni di gas serra).

Il ricorso al termine biodegradabile, poi, è spesso fuorviante per i consumatori: questi prodotti non si decompongono se dispersi nell’ambiente o gettati in discarica ma solo in determinate condizioni di temperatura e umidità, raramente presenti in natura. In pratica, se dispersi nell’ambiente possono dar luogo agli stessi problemi dei prodotti in plastica tradizionale.

La plastica compostabile è progettata per decomporsi del tutto solo in condizioni tipiche degli impianti di compostaggio industriali o, più raramente, in sistemi di compostaggio domestico. Non in tutto il mondo sono presenti questi impianti e, se ci sono, comunque non sono in grado di gestire grandi quantità di rifiuti. Di conseguenza queste plastiche spesso finiscono per essere smaltite in discarica o negli inceneritori esattamente come le plastiche monouso convenzionali.

Soluzione falsa nr. 3: IL RICICLO

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Le multinazionali hanno a lungo promosso il riciclo come soluzione principale al problema della plastica, ma più del 90 per cento di tutta la plastica prodotta a partire dagli anni Cinquanta non è mai stata riciclata. I sistemi di riciclo attuali non sono in grado di recuperare una quantità di materiale tale da ridurre la domanda di plastica vergine e di assicurare un adeguato smaltimento della crescente quantità di rifiuti prodotti.

A livello europeo solo il 31 per cento dei rifiuti in plastica raccolti nel 2016 sono stati effettivamente riciclati. Per alcune plastiche realmente riciclabili come il Polietilene tereftalato (PET) e il Polietilene ad alta intensità (HDPE) i tassi di riciclo sono ancora spaventosamente bassi: solo la metà del PET venduto viene raccolto per essere riciclato, e solo il 7 per cento delle bottiglie raccolte per il riciclo sono trasformate in nuove bottiglie.

Gran parte del packaging in plastica è soggetto a “downcycling”: invece di essere utilizzato per nuovi imballaggi in plastica riciclata, viene riprocessato per prodotti di qualità inferiore non riciclabili. Inoltre, negli ultimi anni è cresciuta la quantità di packaging composto da diversi materiali (poliaccoppiati) difficili, se non impossibili, da riciclare. Se consideriamo poi che produrre plastica vergine spesso costa meno rispetto a quella riciclata, è facile rendersi conto che, anche se delle tipologie di plastiche sono tecnicamente riciclabili, non significa che saranno riciclate. Pertanto, il riciclo può essere solo una soluzione parziale e di transizione verso una graduale eliminazione del packaging.

L’unica vera possibile soluzione al problema della plastica: eliminare il packaging monouso

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Thanks to Greenpeace

La crisi globale dell’inquinamento da plastica è la diretta conseguenza di un sistema di riciclo inaffidabile su scala globale. Le soluzioni alternative dalle grandi aziende sono tutt’altro che risolutive per affrontare concretamente l’emergenza. In generale è necessario che, proprio chi immette sul mercato globale le più grandi quantità di plastica usa e getta, riduca subito la produzione di plastica monouso. I big devono investire in soluzioni alternative basate sul riutilizzo e sulla ricarica che non prevedano il ricorso ad altri imballaggi usa e getta, indipendentemente dal tipo di materiale.

Nello specifico le grandi aziende degli alimenti e delle bevande devono dare priorità alla riduzione. Devono impegnarsi pubblicamente ed immediatamente ad eliminare la plastica monouso, partendo dalle tipologie di packaging superflue e più problematiche per il riciclo. Devono ridurre il numero di imballaggi e contenitori in plastica immessi sul mercato. È necessario che investano in sistemi di consegna alternativi basati sullo sfuso e sulla ricarica. Greenpeace chiede anche che siano trasparenti divulgando pubblicamente i dati sulla produzione di plastica monouso, includendo il numero di pezzi, composizione e peso degli imballaggi in plastica.